Mentre Josh si riposa prima della ripresa dei concerti (22 giugno a Chicago), Mike Tomberlin, reporter del Birmingham News nonché maggiore dell’Alabama National Guard, ha postato sul suo blog una slideshow con le foto scattate in Afghanistan. Ad accompagnare le immagini Thin Blue Flame, della quale Tomberlin fa anche un’accurata analisi.
Sapevo che avrei scelto “Thin Blue Flame” di Josh Ritter, dal suo album “The Animal Years”, come colonna sonora per questa slideshow. E’ una canzone di cui mi sono innamorato mentre mi preparavo per il mio Afghanistan a Ft. Riley, in Kansas.
Diversamente da molti cantanti-songwriter, che affrontano l’argomento guerra e la situazione del mondo, la canzone di Ritter non è così scontata. Sebbene sia intensa, non è mai ostile o amara.
E’ la canzone migliore che io abbia mai udito sul terrore di una guerra mondiale, escludendo elementi positivi e negativi (che dipendono dal proprio punto di vista). Come tutti i migliori songwriters, Ritter usa una sufficiente dose di ambiguità per aiutare gli ascoltatori a interpretare il significato migliore per ciascuno. L’immaginario apocalittico nel corso della canzone da un’idea di cosa Ritter provi nei confronti delle cose.
Ma ci sono soprattutto tre elementi di questa canzone che mi hanno colpito quando li ho sentiti e che continuano a risuonare in me.
Il primo è come si possano avere due dei versi più pessimisti e ottimisti in una canzone, ma soprattutto come si possano includere nella stessa canzone. Quando senti Ritter cantare di come Dio “bent down and made the world in seven days, and ever since He’s been a’walking away” (si sia chinato e abbia fatto il mondo in sette giorni, e da allora se ne sia allontanato), io ti sfido a trovare una visione del mondo più senza speranza. Ma poi lui ritorna a esclamare “I wondered what it was I’d been looking for up above. Heaven is so big, there ain’t no need to look up” (Mi domando cosa stessi cercando lassù. Il paradiso è così grande che non c’è bisogno di guardare in alto), una delle verità più evidenti e piene di speranza mai inserite in una canzone.
Sono entrambe emozioni molto reali, che ho sperimentato in Afghanistan. Puoi guardare la povertà e i problemi che ci sono lì e sentirti come se Dio avesse abbandonato quella parte del mondo. Ma poi conosci la gente, vedi sorridere i bambini e puoi vedere che Dio è riflesso ovunque.
Il secondo elemento che amo della canzone è la prospettiva. Ritter comincia vedendo così tanto pessimismo e disperazione che ti aspetteresti di continuare a sprofondare con lui nell’abisso. Ma negli ultimi due versi della canzone, ci ricorda che dovremmo sempre cercare il lato positivo, e alla fine lui lo trova in quelle cose che ci rendono grandi.
Ma la cosa più bella della canzone è proprio la realizzazione di cos’è che ci rende grandi. Non sono le grandi ricchezze, o le potenti forze armate, né la nostra buona o cattiva politica estera, né i nostri politici. E’ come ci rapportiamo con gli altri - in particolare come ci comportiamo con coloro che amiamo di più, con la nostra famiglia.
“Only a full house gonna make a home” (Solo un appartamento pieno può diventare “casa”), dice all’inizio - e alla fine ci ricorda che “Only a full house gonna have a prayer” (solo una casa piena può avere una preghiera).
Se ho imparato qualcosa nell’ultimo anno, è il valore della famiglia, delle relazioni, dell’apprezzare ciò che c’è di buono, invece di soffermarsi su cosa non va.
In questo anno di elezioni, il punto sembra farci “polarizzare”, farci scegliere da che parte stare e guardare chiunque altro come il nemico. La vita stessa ha il potenziale di trasformare l’esistenza in un “noi-contro-loro” e questo aumenta quando bisogna scegliere un nuovo leader.
Ma se seguiamo il consiglio di Ritter e lo applichiamo non solo alle nostre famiglie ma alle nostre comunità, ai nostri stati, alle nostre nazioni, al nostro pianeta, riconosciamo che questo prolungato tentativo di dividere non è la risposta. Solo riunendoci possiamo davvero “creare una casa” o “avere una preghiera”.
Quindi lasciateci dibattere animatamente su cosa valorizziamo in una nazione e su quali attributi vogliamo che abbiano i notri leader. Ma quando tutto è detto e fatto, non è come ci dividiamo bensì come ci uniamo, che determinerà la nostra grandezza.
Ci sono uomimi e donne nel mondo che proprio ora stanno entrando in giorni lunghi e pericolosi mentre noi possiamo avere le libertà che amiamo. Costoro, servendo il nostro paese, stanno anche tentando di aiutare gli altri a far esperienza di qualcosa di nuovo, di trovare le libertà che noi abbiamo conosciuto nelle nostre vite.
Moltissime persone dell’intrattenimento, soprattutto attori e musicisti, dichiarano di supportare i soldati ma non la guerra. Ma mentre loro possono capire cosa intendono, molti dei soldati in campo trovano difficile separare il lavoro che fanno orgogliosamente ogni giorno dalla missione, e non capiscono quelle frasi.
Loro tutti potrebbero imparare qualcosa da Josh Ritter e questa canzone.
Lo stesso Ritter, in un’intervista alla National Public Radio più di un anno fa, spiegò in questo modo:
“Come rendi onore ai sacrifici che le persone fanno ogni giorno - che siano gli ultimi o no? Come fai a rispettare quei sacrifici mentre allo stesso tempo ti domandi se siano necessari? Io credo davvero che ci siano modi di fare che non rispettano persone come i soldati che sono lì e stanno cercando di fare il lavoro che gli è stato dato, e credo davvero che sia importante.”
[...]
Credo che quando canti “solo un appartamento pieno”, Ritter stia pensando ai soldati e alle loro famiglie. Ci sono case che passano più di un anno senza essere “piene”, ci sono madri e padri, figli e figlie mandate in luoghi in cui possono farsi male. Ci sono case che non saranno mai più piene mentre molti compiono il loro ultimo sacrificio.
So che nella mia famiglia, questo ha aiutato a rendere la nostra casa “piena”. Proviamo apprezzamento per l’altro e per tutte le benedizioni che abbiamo, a causa di questa esperienza. Se potessi imbottigliarla e darla a ciascuno, lo farei.
Quindi, mentre da una parte sono sicuro che Josh Ritter e io non vedremmo le cose allo stesso modo, politicamente parlando, dall’altra lo ringrazio immensamente per questa canzone e per il ruolo che ha giocato nella mia auto-realizzazione nel corso dell’ultimo anno.